lunedì 25 settembre 2017

LA VEDOVA ("The Widow", 2016), di Fiona Barton [Stile Libero - BIG, Einaudi edizioni, 2016; traduzione di Carla Palmieri; pag.379]  




In breve: Trama romanzesca apparentemente semplice e lineare, che in realtà lineare e semplice non è. Per tempo il lettore, in perfetta buona fede, potrebbe credere di sapere o di aver intuito moltissime cose: ma il merito di una tale illusione è da attribuire interamente all’abilità e alla finezza psicologica con cui l’autrice è riuscita a costruire la sua storia.
Un ottimo e sorprendente thriller, alquanto mesto.



Trama
: 9 giugno 2010: la casa di Jane Taylor, nei sobborghi di una cittadina inglese, è assediata dai giornalisti della carta stampata e della TV. Qualche tempo prima la donna è diventata vedova, quando il marito Glen è morto in seguito ad uno stupido incidente stradale, travolto da un autobus all’uscita dal supermercato.

Negli ultimi quattro anni l’uomo era stato un personaggio famoso e famigerato: la polizia lo aveva sospettato della scomparsa di una bambina di tre anni, rapita mentre giocava nel giardino di casa e mai più ritrovata; l’accusa contro di lui però, basata su prove puramente indiziarie, non aveva retto: assolto in tribunale, Glen aveva addirittura ricevuto un ricco indennizzo. Ma i dubbi su di lui erano rimasti. 

Ora che Glen è morto, tutti quanti credono che la moglie Jane possa sentirsi libera di rivelarne i segreti, chiarendo finalmente l’intera faccenda. Se lo aspetta l’ispettore Bob Sparkes, tormentato da quel brutto caso che non ha saputo risolvere; se lo aspetta Kate Waters, giornalista cocciuta e intraprendente, l’unica che è riuscita ad instaurare un buon rapporto con Jane; e se lo aspetta la madre della piccola vittima, che nel tempo, superando il dolore ed i sensi di colpa, ha cercato di rifarsi una vita.
Senza fornire quasi mai risposte dirette, Jane ricostruisce per sé e per gli altri gran parte degli eventi del passato: il matrimonio, un rifugio per la sua timidezza ma anche una gabbia; il rapporto di dipendenza da Glen, molto amato, ma anche dispotico, sfuggente e forse bugiardo; la necessità di difendere il proprio decoro a dispetto di qualunque minaccia.; tutto ciò che risale all’epoca del rapimento, e tutto ciò che è avvenuto prima e dopo.

Alla fine, l’ispettore e Kate riescono a fare luce sull’intera vicenda: ma la verità da loro scoperta è parzialmente diversa da quella ipotizzata: più sorprendente, e insieme più triste.



Commento
: Il romanzo, scelto in biblioteca un po’ per caso, senza eccessiva convinzione, senza sapere nulla dell’autrice o della trama, già dopo poche pagine si è rivelato non solo soddisfacente, ma davvero interessante: il tipico romanzo che si continua a leggere con una certa avidità perché si vuole proprio scoprire come va a finire la storia. 

Tra i pregi del libro ci sono il fatto di essere un solido thriller, di avere un’ambientazione inglese al posto della più banale ambientazione americana, e di essere stato scritto da una donna (una donna di evidente talento, aggiungerei).
A proposito dei romanzi di fantascienza degli anni Sessanta, si pensa sovente che gli autori maschi fossero fondamentalmente interessati agli aspetti avventurosi o meccanici che il genere metteva a disposizione, mentre le autrici parevano più inclini ad occuparsi degli aspetti socio-antropologici dell’intera faccenda. Pensando ad esempio a quella grande costruttrice di mondi che fu Ursula LeGuin, non si può certo respingere il giudizio che in ogni caso, a mio parere, definisce una caratteristica positiva. Analogamente, a proposito del thriller moderno, si potrebbe sostenere che mentre gli autori maschi tendono a squadernare il loro talento nel montaggio e nella decostruzione del crimine, le autrici paiono più interessate ad analizzare e ad illustrare le atmosfere e gli ambienti nei quali il crimine stesso trova le proprie radici. Per molte autrici nordiche è certamente così, e così è anche per Fiona Barton che in questo romanzo, pur rispettando con precisione il gioco degli indizi, compone la propria trama più sull’interpretazione dei fatti che sui fatti stessi.
Esteriormente, la storia del romanzo è abbastanza semplice, ma ciò che la impreziosisce e la rende unica è l’attenzione prestata alla costruzione dei personaggi, alla loro psicologia, alla loro insondabile profondità umana, a tutto ciò che in essi si agita sotto la superficie e ne determina le scelte ed i comportamenti.
Non a caso infatti gran parte della storia vive sull’ambiguità che caratterizza il personaggio della protagonista: Jean Taylor è stata una moglie sin troppo devota ed ora è una vedova forse un po’ sperduta, ma appare anche come una donna che probabilmente non dice tutto ciò che ha nella mente e nel cuore. Così come accade ad alcuni dei personaggi che hanno a che fare con lei, anche il lettore ad un certo punto è portato a dubitare: dopo averla considerata vittima della propria ingenuità e debolezza, succube di un marito dispoticamente affettuoso, dopo averla compatita per quell’attracco sfuggente, per quella finzione bifronte che sembra essere stata la sua vita matrimoniale, non si può fare a meno di chiedersi quanto di vero ci sia in lei e nelle sue parole. Si finisce per sospettare che la sua evidente confusione possa essere in realtà solo astuzia calcolata. 
E ancora nell’epilogo, quando i personaggi e il lettore vengono finalmente a conoscenza di tutto ciò che è accaduto, sin nei minimi particolari, la vera essenza di questa donna in certa misura continua a sfuggire.
Come la storia del romanzo, anche Jean inizialmente sembra semplice, una donna che sta cercando di governare mutamenti grandi e improvvisi: in lei però permane un pizzico di doloroso mistero.

 

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sabato 23 settembre 2017


IL PLANTIGRADO E' MIO!


DUE PAROLE SUL PLANTIGRADO.









Da tempo le mie idee sull’argomento sono ormai assolutamente chiare e precise; qualcuno di voi potrebbe invece chiedersi: cosa è mai il Plantigrado?
Fingiamo dunque che sia molto facile rispondere a questa domanda e diciamo innanzitutto che il Plantigrado è un personaggio della letteratura – o meglio, della poesia – protagonista di due poemetti pubblicati da Stefano Bortolussi tra il 2014 e il 2016. Se non avesse altri meriti, il Plantigrado potrebbe almeno vantarsi di aver appunto condotto la mia attenzione sino alla poesia di Stefano Bortolussi, che in precedenza conoscevo solo come stupendo traduttore: il fatto è, però, che il Plantigrado di meriti propri ne possiede un’infinità: in primis il suo stato di personaggio magnifico e originale, eppure molto rispettoso della tradizione da cui trae origine.
Il Plantigrado infatti – per quanto strana possa sembrare la cosa – è niente meno che la trasposizione immaginifica e un po’ brutale di un altro grande personaggio della letteratura: il Philip Marlowe creato da Raymond Chandler. Sì, proprio lui, il detective che fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento divenne protagonista di un buon numero di romanzi appartenenti al genere hardboiled, passando poi (con alterne fortune) anche al cinema.
Nei poemetti di Stefano Bortolussi si immagina che Marlowe, ormai invecchiato, stanco, sempre più disilluso e lievemente accidioso, abbia perduto anche l’entusiasmo per il suo lavoro. Un brutto giorno però gli si presenta una caso talmente appetitoso da riportarlo all’antica energia; l’indagine finisce purtroppo per rivelarsi una sorta di impossibile trappola e Marlowe, punito per il suo fallimento, viene mutato da uomo in orso, concretizzando dunque quella lentezza e quel torpore psicofisico che già lo affliggevano all’inizio. 
Nel secondo poemetto, comunque, si narra di come Marlowe, grazie ai buoni e strapagati uffici di uno sciamano (più fortunato che veramente abile…) riesca a recuperare la sua forma umana. Ma non in modo permanente: sembra di poter concludere che da quel momento Marlowe continuerà ad alternare lo stato umano e quello bestiale, senza possibilità di scelta o di controllo, ostaggio delle circostanze e fors’anche delle sensazioni. A volte la cosa gli sarà utile, a volte no.
La poesia di Stefano Bortolussi si nutre abbondantemente di stupendi omaggi alla natura, ai suoi aspetti ed elementi; e la stessa tradizione delle “Metamorfosi” recuperata nei poemetti del Plantigrado (ma non solo lì) altro non è se non uno dei mille sguardi che sulla natura si possono posare. Ricca e fantasiosa, ammaliante e minacciosa, attraente e formidabile, talora decisamente ostile: attraverso i cambiamenti delle metamorfosi la natura mostra se stessa e il più di se stessa, ciò che è (o che era) e ciò che potrebbe essere.
Gli antichi lo avevano capito bene e si servirono largamente delle trasformazioni per effondere al massimo la loro immaginazione bella e crudele, per esprimere e per alludere, per illustrare poeticamente (ma anche razionalmente) concetti ed eventi che narrati in altro modo sarebbero risultati ben più piatti, evanescenti, non certo indimenticabili.
A Stefano Bortolussi va riconosciuto il merito non solo di avere recuperato la tradizione delle metamorfosi in quanto tale, ma anche di averla applicata ad una modernità che a volte, proprio perché a noi più vicina, sembra non avere molto di interessante da dirci. Qui la poesia tira fuori uno dei suoi assi nella manica: la capacità – l’obbligo, quasi – di essere creazione, allusione, eco suggestiva, e non pura descrizione. Un volo nel vento, non un atterraggio di fortuna.
E contemporaneamente, nel caso specifico, la narratività estesa dei poemetti a verso libero consente al lettore di avere a disposizione anche una storia vera e propria da seguire, un’indagine da portare a termine, un epilogo da sperare o da temere.
Il Plantigrado lo si ama quanto il Marlowe originale: con qualche variazione sul tema, magari, ma con la stessa intensità. Infatti, come già accennavo più sopra, è straordinario verificare quanto il Plantigrado, pensato ex novo in tempi recenti, abbia tuttavia saputo mantenere e rispettare le caratteristiche salienti del suo modello: come lui è un ottimo ed abile investigatore; come lui è ricco di speranze spesso deluse e di incrollabili principi morali, quasi sempre fonte di incredibile dolore; come lui è umanamente imperfetto, eppure ammirevole.
Marlowe è un uomo (ed un poliziotto) che scivola tra mille contraddizioni: vive di violenza, uccide e rischia più volte di essere ucciso, eppure trova momenti per considerare le stelle o spiare gli insetti. E’ duro e dolcissimo insieme, a volte decisamente pietoso; cerca continuamente ciò che non riesce a trovare: l’amore, la pace dello spirito, le conclusioni definitive e soddisfacenti, qualcosa e qualcuno a cui appoggiarsi e in cui riposare.
E’ ironico, Marlowe, molto ironico: ma si tratta dell’ennesimo trucco per sopravvivere.
Nella poesia di Stefano Bortolussi tutto questo emerge con un pizzico aggiuntivo di nostalgia e di malinconia, perché in fondo il Plantigrado ed il suo archetipo, seppure immortali, appartengono ad un tempo che non è più, e che di attimo in attimo si allontana da noi senza rimedio. In quella poesia trovano posto l’amore per la letteratura dura e pura, l'amore per un cinema in cui le dive erano ancora divine, l'amore per un passato che l’intelligenza vuole difendere dal rischio dell’oblio.
Un omaggio orgoglioso, appassionato e ininterrotto all’America cui quella letteratura, quel cinema e quel passato appartengono, ora e per sempre.


Bibliografia


- Stefano Bortolussi, L’innato autolesionismo del Plantigrado, in “Califia”, Jaca Book ed., 2014

- Stefano Bortolussi, La scelta del Plantigrado, in “I labili confini”, Interno Poesia ed., 2016


Nota a margine
:

Il disegno che illustra questo post (appositamente realizzato per l’occasione) è opera della mia amica EffeCi, che lodo e ringrazio.
Senza sapere granché dell’argomento in questione, ha concretizzato a colori le mie sommarie indicazioni su CHI e su COSA fosse il Plantigrado. Dato l’eccellente risultato, le possibili spiegazioni sono solo due: o io sono molto brava a spiegare, o lei è molto brava a disegnare. Tutto sommato, propenderei per la seconda ipotesi.


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lunedì 21 agosto 2017

LE PROSSIME RECENSIONI


- IL PLANTIGRADO E' MIO
Omaggio a Raymond Chandler e alla poesia di Stefano Bortolussi





- LA VEDOVA ("The Widow"), di Fiona Barton
Romanzo, thriller psicologico





- LA RETE DI PROTEZIONE, di Andrea Camilleri
Romanzo con il commissario Montalbano





Arrivederci a fine vacanze (come se io le avessi fatte...). LadyJack
                                                                         

sabato 21 gennaio 2017

IO SONO LEGGENDA ("I am Legend", 1954), di Richard Matheson [Fanucci ed., 2003; postfazione di Valerio Evangelisti. Traduzione di Simona Fefé. Pag.217] 



In breve: Non ho mai visto il film del 2007 con Will Smith, né gli altri due film tratti dal libro fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, ma il romanzo desideravo leggerlo da tanto tempo, almeno da quando ne trovai un breve e suggestivo accenno all’interno di uno dei fumetti di Dylan Dog.
Richard Matheson è uno dei grandi nomi della letteratura fantastica del XX secolo (ha prodotto persino alcune sceneggiature di “Star Trek”), dunque per gli appassionati del genere recuperarne l’opera è quasi un fatto dovuto.
Mi pare di aver capito che la storia del romanzo è ambientata in un sobborgo della contea di Los Angeles, non lontano da Inglewood, nella California meridionale

Trama: Gennaio del 1976. Il trentaseienne Robert Neville vive una strana e disperata realtà: è forse l’ultimo sopravvissuto ad un’epidemia che nell’estate precedente ha trasformato tutti gli altri esseri umani in vampiri, ed è quindi costretto ad una continua vigilanza.
Abita ancora nella casa che un tempo aveva condiviso con la moglie Virginia e con la figlioletta Khaty, ha un generatore autonomo, un’abbondante scorta di viveri, di sigarette e di whisky, e una buona quantità di paletti appuntiti con i quali durante il giorno fa strage delle immonde creature che lo circondano.
Durante la notte invece si trincera in casa, ascoltando musica classica a tutto volume, cercando di non badare ai rumori e alle suggestioni che gli arrivano dall’esterno; all’inizio è particolarmente difficile per lui ignorare l’idea delle donne che stanno là fuori a provocarlo, cercando ovviamente di farlo uscire, ma lentamente anche questo problema sfuma e si dissolve nell’accettazione di una situazione singolare e dolorosa, alla quale però non si può sfuggire.
Robert, la cui preoccupazione principale è diventata la pura e semplice sopravvivenza, si concentra al massimo sul presente, sulle necessità quotidiane, sui problemi piccoli e grandi da risolvere – dai lavori per isolare acusticamente l’abitazione, alla coltivazione dell’aglio che gli serve per tenere lontane le pericolose creature che lo minacciano – e contemporaneamente cerca di dimenticare il passato, la perdita della sua famiglia, lo strazio che ha provato nel dover incenerire il cadavere di sua figlia e il dolore che ha sperimentato nel dover nascondere la morte dell’amatissima moglie.
In occasionali flash-back emerge l’illustrazione di ciò che è accaduto: forse una guerra batteriologica dalle nefaste conseguenze, il tentativo di arginare l’epidemia, poi la graduale estinzione dell’intero genere umano: infine, per Robert, la pura e semplice solitudine. Non è chiaro il perché egli sia rimasto immune, ma l’evidenza della situazione prende il sopravvento su qualunque altra considerazione.
Nel tempo Robert inizia a porsi domande e a cercare risposte; incomincia a fare esperimenti per tentare di capire la natura dei vampiri, studia, verifica e raggiunge alcune utili conclusioni. L’epidemia da cui tutto ha avuto origine probabilmente è stata causata da germi in continua mutazione che hanno trasformato in realtà quella che avrebbe dovuto essere una semplice credenza popolare: i vampiri hanno fatto irruzione nel mondo, sfruttando lo scetticismo che da sempre ne circondava l’effettiva esistenza. Ora ci sono due tipi di creature aliene: i vampiri veri e propri, corrispondenti ad esseri umani morti e rinati ad una vita dominata dall’impulso predatorio, ed i vampiri potenziali, ovvero uomini e donne non ancora morti davvero, ma già contagiati, soggetti ad una sorta di coma diurno, e dunque destinati a soccombere al proprio destino. Robert non fa distinzione tra gli uni e gli altri, quando si tratta di eliminarli, ma è incuriosito dalla natura variabile del fenomeno con cui è obbligato a confrontarsi.
Man mano che il tempo passa, per Robert aumenta il disagio: in circa tre anni si è abituato alla routine e alla solitudine, tuttavia inizia a sentire la mancanza di rapporti affettivi: si sta trasformando in una sorta di eremita e persino il suono della sua voce è ormai qualcosa di strano.
Per brevissimo tempo riesce a tenere un cane – un altro sopravvissuto al pari dello stesso Robert – ma quando l’animale muore, l’uomo si ritrova di nuovo solo.
Un giorno però, incredibilmente, Robert avvista un altro essere umano: vivo ed apparentemente esente dal contagio, dato che cammina in pieno giorno, sotto il sole. Si tratta di una donna di nome Ruth, che a suo dire proviene da Inglewood dove viveva con il marito, di recente ucciso in tragiche circostanze.
Robert vorrebbe credere a ciò che Ruth gli racconta, ma la diffidenza è più forte della felicità che ha  spezzato la solitudine. E in definitiva Robert fa bene a temere il peggio perché Ruth è l’avanguardia di un futuro inquietante ma inevitabile: la nuova razza umana, quella costituita dai vampiri ancora vivi, ha deciso di ricreare una società a propria misura. In quella società Robert – l’ultimo ed autentico essere umano sopravvissuto – non può trovare posto: la sua stessa esistenza viene percepita come una minaccia, e il fatto che per anni sia andato in giro uccidendo le nuove creature non aiuta di certo. Ora è lui l’alieno, l’irregolare, il diverso: l’anomalia si determina in base alla maggioranza, e la maggioranza è ormai costituita dai vampiri.
Per Robert la strada è tracciata: catturato e gravemente ferito, dopo un’irruzione nella casa che per tanto tempo lo aveva protetto, con la pietosa assistenza di Ruth si risolverà a trovare la morte. Sfidando le circostanze avverse e la sorte crudele che lo ha sopraffatto, entrerà in qualche modo nella storia, e diventerà un ricordo indelebile: una leggenda.

Commento: Angosciante e ben poco consolatorio, il romanzo mi è forse piaciuto meno di quanto avessi immaginato. E’ bello ed importante, ma l’inquietudine di cui è intriso lo rende difficile da accettare a cuor leggero.
La parte migliore è quella emotiva, con le varie fasi attraversate da Robert nel tentativo di ricostruirsi una vita sulle macerie di tutto ciò che aveva conosciuto e gli era stato caro; la parte più prettamente scientifica invece – per quanto essenziale in rapporto allo sviluppo della narrazione - mi è parsa un po’ noiosa ed azzardata. Tutto sommato, i miti relativi ai vampiri possiedono un fascino maggiore rispetto alle eventuali spiegazioni razionali del fenomeno, anche se bisogna ammettere che in Richard Matheson la trattazione scientifica, con la precisione delle conclusioni alle quali approda il suo protagonista, è solo uno dei tanti elementi che concorrono a determinare un’atmosfera conturbante. In teoria infatti la scienza dovrebbe essere rassicurante e capace di tranquillizzare con l’evidenza dei suoi effetti: in questo romanzo però è solo un ulteriore passo verso l’incertezza e l’ignoto.

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lunedì 5 dicembre 2016

FUOR D'ACQUA, di Stefano Bortolussi. [Prima edizione cartacea italiana, PeQuod ed., 2004; prima edizione digitale italiana, VandA publishing, 2015; pag.100. Per la copertina: foto di Nicola Bortolussi, grafica Network Comunicazione].
- Prima di essere pubblicato in Italia il romanzo ha avuto un'edizione americana: Head Above Water, City Lights Books, (2003); traduzione di Anne Milano Appel.


In breve: Dopo averlo conosciuto come impareggiabile traduttore e amabile poeta, non potevo davvero fare a meno di esplorare Stefano Bortolussi anche nella sua dimensione di narratore. Questo è il suo primo romanzo: non nuovissimo, ma vale più che la pena di essere letto.

Una citazione
: “ […] nutriva già i suoi amori di lettore, ed era ben disposto a rinunciare a una buona fetta di banale realtà per un semplice, delicato assaggio di finzione.

Trama
: Riccardo Mariano detto Cardo è un quasi quarantenne milanese, un po’ ossessivo e maniacale; romanziere, costituzionalmente tenderebbe ad anteporre la letteratura alla vita, ma è con la vita che dovrà vedersela. Infatti dopo dieci anni di matrimonio sua moglie Solveig, incontrata durante una vacanza giovanile in Norvegia, sta per dare alla luce il loro primo figlio, una bambina. Le cose vanno bene, ma solo in apparenza: malgrado l’innegabile amore che lo lega a Sol, malgrado l’imminente arrivo della piccola, un bel giorno, durante uno dei consueti pomeriggi di canottaggio all’Idroscalo, il Cardo si ritrova quasi per caso a tradire la moglie con una ventenne atletica e alquanto scriteriata di nome Caterina. La sveltina non ha grande importanza per nessuna delle due parti in causa; eppure, scoperta da Sol a tempo di record, avrà enormi conseguenze. Come l’Olimpia Zuleta di Gabriel García Márquez, il Cardo esce infatti dall’amplesso con un improvvido arabesco cutaneo lasciatogli dall’amante sull’onda del momentaneo entusiasmo: Sol non è cieca, dunque non stenta a trarre conclusioni inevitabili.
Ma a differenza della povera Olimpia che – vittima di un femminicidio ante litteram - finisce sepolta sotto un cespuglio di rose mutatosi nel tempo in una piccola giungla, il Cardo si scontra piuttosto con la speciale comprensione della moglie: giustamente incazzata nera, ma anche consapevole delle angosce che evidentemente lo attanagliano, Sol dà al marito l’opportunità di sondare e comprendere le ragioni dell’assurdo comportamento: senza drammi ma con fermezza torna in Norvegia dai genitori e lascia al Cardo il compito di scoprire cosa c’è che non va, se vuole  salvare il loro matrimonio. Lo esorta a pensare, a ricordare, a scrivere: e il Cardo, seppur tra mille incertezze, si impegna a farlo davvero. Inizia scrivendo e-mail alla moglie, per poi passare all'idea di un romanzo che rimarrà sospeso (ma non del tutto, perché in realtà il romanzo c'è, ed è lo stesso Fuor d'acqua).
Riccardo ripercorre così la propria infanzia, segnata dalla scomparsa di un padre esuberante che dopo lo stupido incidente causa della morte del figlio minore aveva abbandonato la famiglia, facendo  perdere le proprie tracce; e poi l’adolescenza, contraddistinta da normali goffaggini umane e da un impegno politico in odor di surrogato interiore; infine l’età più adulta, e la cintura di salvataggio rappresentata dal buffo – ma fondamentale - incontro con la bella e volitiva Sol.
Il nodo sostanziale dei problemi del Cardo risiede proprio nel cumulo psicologico avviato nel suo lontano passato: i sensi di colpa per la morte del fratello Michele, e la perdita del padre, che quei sensi di colpa aveva incentivato.
Il percorso mentale intrapreso, la paziente ma dinamica attesa da parte della moglie,  e qualche felice coincidenza porteranno il Cardo a scovare le (incredibili) tracce perdute del padre, e soprattutto a riconciliarsi con i propri trascorsi. Accettando con maggiore equilibrio il fatto di essere stato un figlio, Riccardo si aprirà infine con trepida gioia alla piena possibilità di diventare a sua volta padre.

Commento
: Bizzarra love story intralciata da un’altrettanto bizzarra crisi esistenziale, il romanzo  non manca dunque di un happy end; in genere io detesto l’happy end, in questo caso però lo trovo  assolutamente adeguato. Del resto non vado pazza nemmeno per le storie sentimentali, ma il rapporto tra Riccardo e Solveig, benché romantico a suo modo, è anche fertilizzato da un tenero umorismo che non può che renderlo molto simpatico.
Se vi aggrada, considerate pure la storia del romanzo come una sorta di fiaba gentile ed energica per bimbi grandi; personalmente la vedo più come un gustoso pezzo di vita ricomposto a mosaico grazie a tanto volonteroso scotch.
Riccardo infatti non è certo un eroe senza macchia, ma non è nemmeno un’infame carogna: più semplicemente è un uomo che cerca di vivere normalmente e tranquillamente, ma bene che vada – come spesso accade nella realtà – ci riesce una volta su tre.
In quanto a Sol, non si può che rimanere incantati dal boreale (ma non incurante) aplomb con il quale affronta gli eventi: la gravidanza, la crisi coniugale, il ritorno a luoghi che aveva lasciato senza rimpianti, la stessa incertezza sulla capacità da parte del marito di arrivare a fronteggiare ciò che lo rode. Possiede una sorta di calmo vigore che finisce quasi per negare l’antinomia: e alla fine, sarà lei ad avere ragione.
Belli anche gli altri personaggi: Corrado Mariano, padre straripante ma affettuoso: scappa di fronte al dolore che non sa come giustificare e – seppur negato per la cucina – finisce a fare il cuoco su di una scalcinata nave mercantile (nota personale: mi ha molto toccato la citazione del Talismano della Felicità, uno dei tre libri su cui in pratica ho imparato a leggere da bambina); poi Gioia e Felice, gli amici del Cardo le cui esternazioni consentono al linguaggio del romanzo di giocare allegramente con se stesso; e tutti i norvegesi, loquaci o taciturni, espliciti o allusivi che siano.
In generale ci sono tre cose che mi attraggono nella gente, e me la rendono vagamente sopportabile: l’intelligenza, meglio se poco esibita; la capacità di farmi divertire; e – nel caso si tratti di gente che scrive – l’uso di uno stile interessante e personale. Direi che con questo romanzo Stefano Bortolussi ha realizzato un bell’en plain.

Collegamenti esterni: Fuor d'acqua in Wikipedia.


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lunedì 14 novembre 2016

INFERNO ("Inferno", 2013), di Dan Brown [A.Mondadori ed., 2013; traduzione di Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli; pag.522]  


In breve: Romanzo adatto ai lettori curiosi e agli amanti delle tematiche dantesche, e più in generale a tutti coloro che si accontentano di sfogliare libri per trascorrere qualche ora spensierata.
Protagonista della storia è di nuovo Robert Langdon, il professore americano di simbologia che fece la sua prima apparizione ne Il Codice Da Vinci: personaggio degno di attenzione, che in mani diverse risulterebbe forse anche più attraente.


Trama
: Sera di lunedì 18 marzo (l’anno è dunque il 2013). Robert Langdon si risveglia in una stanza d’ospedale e non ricorda nulla delle ore precedenti. E’ stato ferito alla testa – probabilmente gli hanno sparato – crede di essere ancora in America e invece scopre, con grande sgomento, di trovarsi in Italia, a Firenze.

Lo assiste la dottoressa Sienna Brooks, una bella ragazza bionda, che però non è in grado di aiutarlo a superare immediatamente l’amnesia da cui è evidentemente afflitto.
Tormentato da visioni in cui un’affascinante donna anziana dai capelli d’argento gli chiede aiuto, Langdon scopre nascosto nella fodera della sua giacca una specie di piccolo proiettore ultratecnologico, in grado di riprodurre un’unica immagine: la Mappa dell’Inferno, un inquietante dipinto di Botticelli ispirato all’opera maggiore di Dante Alighieri. Il quadro è stato modificato rispetto all’originale e rivela di contenere un messaggio che per Langdon e per la dottoressa Brooks sarà solo la prima tappa della lunga ed angosciante ricerca di qualcosa di terribile e pericoloso: un agente patogeno, nascosto in un luogo ignoto (una “laguna da cui non si vedono le stelle”) ad opera del dottor Bertrand Zobrist, brillante genetista che risulta essersi suicidato pochi giorni prima, gettandosi da una torre fiorentina.
Zobrist era un esponente di rilievo del cosiddetto movimento transumanista, credeva cioè nell’obbligo da parte dell’uomo di migliorare se stesso e la specie. Credeva anche che l’ostacolo maggiore a questo miglioramento fosse la sovrappopolazione mondiale, perché già a metà del XXI secolo gli oltre otto miliardi di abitanti avrebbero portato la Terra in condizioni di non ritorno: esaurimento delle risorse, eccesso di inquinamento, mancanza di spazi vitali. I prodromi dell’Apocalisse, insomma: l’inizio della fine. Per evitare il disastro, Zobrist si era fatto ispirare dalla Storia, dal momento in cui la Peste Nera del secolo XIV aveva ridotto di un terzo la popolazione europea, aprendo nuove prospettive di sviluppo per i superstiti e, sul lungo termine, favorendo addirittura l’avvento del Rinascimento. L’agente patogeno da lui sviluppato dovrebbe servire proprio a questo: causare un’epidemia mondiale in grado di ridurre drasticamente la popolazione, in modo che l’umanità possa ricominciare da zero. Il folle progetto è stato chiamato Inferno, perché è attraversando l’abisso che Dante riuscì ad ascendere sino al Paradiso.
La ricerca porta Langdon e Sienna in vari luoghi, a contatto con numerosi personaggi, di volta in volta preziosi alleati o pericolosi nemici. Alla fine i due riescono comunque a raggiungere la famigerata laguna. Lì avranno ulteriori sorprese, tra cui la più grande riguarda la natura dell’agente patogeno creato da Zobrist: quella, come molte altre cose dell’intera vicenda, non è esattamente ciò che ci si sarebbe aspettati di dover fronteggiare.


Commento
: Sempre, sin dai tempi de Il Codice Da Vinci, con Dan Brown ho avuto un pessimo rapporto; l’unico particolare che di lui mi incuriosisce è il fatto che viva nel New England. Per il resto, non apprezzo le sue storie pretenziose ed eclatanti, né il suo stile a volte eccessivamente descrittivo, privo di fascino e di significati profondi. Sono convinta che i suoi romanzi siano leggibilissimi, fruibili per curiosità o per passare il tempo: tuttavia la narrativa che mi interessa in maniera più vera sta da un’altra parte. Intendiamoci: non si tratta di snobismo, dato che la letteratura d’evasione ha un suo perché; però i romanzi di Dan Brown li si legge, li si gode per un momento, poi li si può dimenticare senza dolore. Non hanno peso, né profondità.
Confesso che questo romanzo in particolare a tratti l’ho trovato abbastanza noioso, cosa evidentemente molto contraria alle intenzioni dell’autore. Il fatto è che per un lettore italiano anche solo mediamente colto, questa storia non offre le stesse sorprese che può concedere ad un lettore americano: per noi le escursioni “turistiche” di Firenze o di Venezia, i monumenti, le divagazioni intellettuali sull’Umanesimo e sul Rinascimento, e persino le digressioni dantesche, non sono esattamente roba nuova: se a scuola abbiamo prestato un minimo di attenzione alle lezioni di storia e di letteratura, hanno il preciso sapore del dejá vù. Più in generale, si tratta di nozioni, idee e concetti che ci risultano tutt’altro che estranei o sconosciuti: sentirceli ribadire da uno scrittore americano, non fa un bell’effetto. Persino le citazioni in latino non rappresentano un problema insormontabile, laddove i personaggi si trovano magari in maggiore difficoltà.
A ciò si aggiunge il fatto che il romanzo manifesta spesso un fiato corto abbastanza limitativo: i personaggi fanno tante cose, si spostano parecchio, corrono rischi ed affrontano eventi numerosi, ma a causa della piattezza dello stile narrativo, ci si sente ben poco coinvolti nelle loro vicende.
Ulteriore svantaggio è poi dato da un certo grado di prevedibilità della vicenda: l’autore gioca sì in maniera “sporca”, introducendo depistaggi e voluti fraintendimenti (come l’ambiguità che riguarda l’identità dell’amante di Zobrist, che sembra essere una persona del tutto diversa da quella che in effetti è), o facendo ricorso alla fabbricazione di un inganno maestoso che coinvolge tanto Langdon quanto il lettore, però alla fin fine la storia presenta una quantità di misteri molto inferiore a quella che si vorrebbe proporre. Ad un certo punto, ad esempio, un lettore attento (che conosca magari anche il Baudolino di Umberto Eco) è perfettamente in grado di dire dove possa trovarsi la laguna misteriosa e priva di stelle in cui Zobrist ha posizionato l’agente patogeno: in netto anticipo su ciò che Langdon raggiunge con tanto pericolo e fatica.

Il romanzo insomma è forse stato scritto con applicazione e impegno, con il conforto di abbondanti ricerche e con un certo entusiasmo per un tempo lontano che ci ha lasciato un’eredità immortale di cui dovremmo essere eternamente grati: il risultato però mi sembra piuttosto scarso rispetto alle premesse. E tra l’altro, ad un certo punto, viene anche spontaneo chiedersi come mai – seppur motivato dal desiderio che tutti sappiano ciò che ha fatto, e convinto di essere in netto vantaggio sugli avversari – il geniale Zobrist abbia seminato tante tracce del proprio operato: certo, se avesse taciuto, non ci sarebbe stato il romanzo, ma ciò non depone a favore di una maggiore credibilità.



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giovedì 13 ottobre 2016

I PICCOLI FUOCHI ("The Little Fires"), di Ben Pastor [Sellerio ed., 2016; pag. 543. Traduzione di Luigi Sanvito]  



In breve: Decimo romanzo dedicato dall’autrice alle vicende belliche ed esistenziali di quello straordinario personaggio che è Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, ufficiale della Wehrmacht e collaboratore dell’Abwehr durante il Secondo conflitto mondiale: la guerra vista dal punto di vista del “nemico”, con gli occhi di un soldato tedesco che riesce però ad essere innanzitutto un uomo degno di questo nome.
All’interno del ciclo il romanzo – come tutti gli altri volumi usciti dopo la Venere di Salò – costituisce un flashback, e riporta l’attenzione del lettore alla Francia occupata del 1940. Cronologicamente si trova dunque ad essere il quarto episodio della saga, dopo La canzone del cavaliere (guerra civile spagnola), Il signore delle cento ossa (avvisaglie della guerra mondiale) e Lumen (campagna polacca). Precede La strada per Itaca (campagna di Grecia).

Incipit
: Apparentemente semplice e pacato, l’inizio del romanzo è in realtà straordinario, forse il più bello dell’intera saga. Nel Prologo, costituito dalla lettera privata di un cittadino francese, Martin Bora entra paradossalmente in scena attraverso gli occhi di un cieco. Se volete, mettete pure in relazione la cosa con il modo in cui i tedeschi definivano Parigi occupata: Stadt ohne Gesicht, ovvero “la città che non ti guarda”.

Trama
: Parigi, 24 ottobre 1940. E’ una città grigia e piovigginosa quella che accoglie l’arrivo di Martin Bora, proveniente da Berlino. I Servizi Segreti, con i quali collabora ormai da tempo, lo hanno incaricato di rintracciare e sorvegliare con discrezione il capitano Ernst Jünger, eroe della Prima guerra mondiale, scrittore ed intellettuale alquanto controverso. All’insaputa del colonnello Kinzel, suo superiore nell’Abwehr, Bora si incontra però anche con il Generale Blaskowitz, attuale governatore militare della Francia del Nord: proseguendo per suo ordine una scottante e segretissima indagine sui crimini di guerra commessi dalle SS, Bora riceve l’incarico di incontrare A Parigi un utile testimone. Come se non fosse già abbastanza complicato destreggiarsi tra la mirata crudeltà di Kinzel e i due contrastanti incarichi, quello ufficiale e quello riservato, Bora di lì a poco viene coinvolto anche nell’indagine su di un omicidio “eccellente”: la moglie di un alto ufficiale della Marina è stata uccisa poco più di una settimana prima, e dietro richiesta diretta dell’Ammiraglio Canaris – amico personale del Commodoro Arno Hansen-Jacobi, marito della defunta – Bora è suo malgrado costretto ad avviare una difficile inchiesta. Sono molti i particolari da chiarire, e scarsa è la collaborazione delle persone coinvolte. Marie Goumelen, questo il nome della vittima, era una cinquantenne di origine bretone, proveniente da una ricca famiglia, sposata non troppo felicemente con un ufficiale tedesco in cui il fascino della divisa, che poteva averla attratta da giovane, si era da tempo estinto. La donna è stata picchiata con violenza e successivamente annegata; alcuni particolari fanno sospettare che il luogo del ritrovamento del corpo – una vasca di lavaggio nella campagna bretone – non coincida con il luogo effettivo dell’omicidio. Altrettanto problematico il movente: una rapina finita male (i gioielli della donna sono spariti), oppure avidità di qualcuno, famigliari compresi, nei confronti della ricca eredità che Marie lascia dietro di sé, o ancora oscure motivazioni legate al risentimento. Ad un certo punto emerge la possibilità che Marie fosse stata vittima di un ricatto, mentre sullo sfondo si agitano persino le ombre dell’indipendentismo bretone.
Per seguire la sua indagine Bora lascia Parigi e va ad abitare in un rudere della campagna bretone, presso Gildas Hervé, un ex sacerdote spretato in seguito al tentato omicidio del proprio vescovo.
L’uomo, con il quale Bora finisce per instaurare uno strano ma profondo legame umano, è solo uno dei tanti personaggi straordinari che il romanzo presenta, e che Bora ha occasione di avvicinare; tra gli altri è almeno il caso di citare Catherine Le Polozec detta Katen, merlettaia e sarta meticolosa e attenta che non può sopportare i bottoni scuciti, e La Mome Chouette, cantante di cabaret bruttina ma affascinante che in Bora lascia tracce di profonda inquietudine.
Sostanzialmente l’esito finale di tutti gli incarichi di Bora è positivo: l’ineffabile Jünger viene contattato senza problemi e finisce addirittura per affiancare Bora in parte dell’indagine sull’omicidio; il testimone di Parigi – un presunto rigattiere polacco – trasmette la sua sconvolgente dichiarazione; infine anche le tristissime circostanze della morte di Frau Jacobi vengono interamente chiarite, e un bagliore di sole, dopo tanta pioggia, illumina finalmente il momento in cui Bora si avvicina alla rivelazione finale. I colpevoli del delitto sconteranno la pena adeguata, chi in tribunale chi secondo una giustizia più generica. Di lì a poco Bora, che in Francia ha scoperto cose non solo esterne a se stesso, si appresta a partire per raggiungere la sua nuova destinazione.

Commento
: L’autore che dia vita ad un ciclo romanzesco si trova in una strana ed affascinante posizione: si forgia il concreto diritto a godere di alcuni vantaggi, ma si espone potenzialmente ad affrontare anche qualche spiacevole rischio. Nel corso di una saga più o meno lunga il lettore finisce infatti per affezionarsi ai protagonisti e ai personaggi ricorrenti, immedesimandosi nelle loro vicende, bramandone inevitabilmente la prosecuzione; costruito senza un saggio equilibrio il ciclo romanzesco rischia però facilmente di cadere nella ripetitività e nella monotonia, quando non addirittura nell’assoluta inutilità.
Per nostra fortuna non si può dubitare del fatto che Ben Pastor appartenga al genere di autori che riescono perfettamente e con apparente facilità a governare la propria scrittura, cosicché i dieci romanzi da lei dedicati (per ora) alle avventure belliche ed esistenziali di Martin Bora non sembrano certo né troppi né irrilevanti, quanto piuttosto necessari. Benché conosciuto e letterariamente presente ormai da parecchi anni, Martin Bora non somiglierà mai ad un attore che a fine rappresentazione si ostina stancamente a tornare alla ribalta ancora e ancora, sperando di continuare a ricevere quegli applausi che lo hanno accolto all’inizio: la dignità e la misura che lo caratterizzano come personaggio, e che in parte gli derivano dalle analoghe qualità della sua creatrice, negano assolutamente questa eventualità. Ogni romanzo del ciclo che lo riguarda, ogni racconto ed ogni singolo episodio non fa che arricchire, approfondire e valorizzare il suo modo di essere, migliorando e perfezionando l’ardua conoscenza che il lettore può avere di lui. Martin Bora infatti non è un personaggio facile, si rivela lentamente, con estrema ritrosia, e il tentativo di afferrare tutto ciò che c’è da capire impegna il lettore ad usare un’intelligenza paziente, ben ricompensata solo al momento più opportuno.
Ci sono vari aspetti nella saggezza con la quale Ben Pastor ha costruito il suo ciclo romanzesco: ad esempio, anche se un piano generale dell’opera è indubbiamente esistito sin dall’inizio, l’autrice non si è mai lasciata condizionare da un rigido ordinamento temporale, optando invece per una cronologia alquanto scompaginata, all’interno della quale ciascun romanzo si è imposto di per sé, con le proprie rispondenze, le proprie vicende, i propri significati. Spetta al lettore stabilire le necessarie connessioni tra ciò che accade prima e ciò che accade dopo: fatica forse, ma ottiene soddisfazione nel momento in cui riesce a valutare qualunque cosa alla luce di ciò che già conosce. Qui ad esempio si sviluppano dolore e rabbia nel trovare accenni affettuosi a quel nonno Franz-August che morirà il 13 dicembre del ’44 assieme alla sua casa editrice, requisita dalla Gestapo; o all’impossibile Dikta, la moglie che Bora ha amato al di sopra dei suoi meriti e che lo illude con il miraggio di quei tre figli che in realtà abortirà poi in segreto, qua e là in varie parti d’Europa.
Nel tempo Martin cresce e cambia moltissimo, come uomo e come soldato, vive o ricorda secondo i casi: ma la cosa più importante è che non ci sono mai contraddizioni interne nella sua presenza. Ormai è quasi più persona, che personaggio, e come tale possiede un’esistenza del tutto coerente.
In questo romanzo è giovane, sposato da poco più di un anno, ancora agli inizi della sua carriera. Alle spalle ha esperienze belliche limitate, per quanto non del tutto insignificanti: le più rilevanti lo attendono comunque di lì a qualche anno, la Russia soprattutto, e per ragioni differenti anche l’Italia. Si ritrova in una città che conosce bene ma che nelle nuove condizioni gli appare quanto mai aliena ed estranea, del tutto separata dalle sue esperienze precedenti. Inizia già a sviluppare quel disinganno che in seguito diventerà più profondo, ma tutto sommato le illusioni reggono ancora abbastanza. Impegnato nell’ennesima indagine su di un omicidio strano e complicato, Martin Bora si trova invero a doversi occupare di molte cose diverse. Anche di se stesso, benché forse non vorrebbe ammetterlo.
Noi lettori affezionati invece lo abbiamo imparato come si deve: i romanzi gialli di Ben Pastor non sono mai stati né semplici gialli né semplici romanzi. Io li definirei piuttosto tonici per l’animo e la mente.

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mercoledì 12 ottobre 2016

SULLE TRACCE DELL'AMERICA, di Patrizia Villani [Moretti & Vitali ed., 2016; pag126. In copertina: foto di Michael R.Bergstein (Kingston Train , 2009)]   



In breve: Viaggiare: lo si può fare con molti mezzi di trasporto, tanto reali e concretissimi, quanto ideali e favolosi: il cuore, la mente, l’immaginazione, la memoria, il sogno o il desiderio.
In questa raccolta – nel tempo, nello spazio, nell’osservazione e nella ricostruzione - si viaggia con la poesia.

Il contenuto
: La raccolta comprende quarantun poesie (in genere prive di un titolo vero e proprio) che, escluse quelle appartenenti al Prologo e all’Epilogo, sono suddivise in quattro sezioni dall’intestazione in inglese: Brave New World, Bridges Over Troubled Waters, Frontiers & Heroes, No Promised Country. Tutte le liriche, ciascuna a suo modo, riguardano l’America, recuperata nella sua storia, nella sua geografia, nella sua letteratura, e in gran parte di quelle anomalie (a volte dolorose, a volte ricche di fascino) che hanno accompagnato il Paese nel suo tragitto dal passato remoto al presente.
L’ultima poesia ha un carattere più privato e autobiografico: riguarda un viaggio transatlantico compiuto dall’autrice e dal suo compagno nella triste e improvvisa occasione della scomparsa del padre di lui.
Le due poesie che costituiscono il prologo e il congedo costruiscono invece un discorso che coinvolge più direttamente la platea dei lettori e il loro rapporto prima con ciò che si apprestano a conoscere, poi con ciò da cui stanno per distaccarsi.

Commento
: Quel genio bizzarro e chiaroveggente che fu Matthew Shiel, in uno dei suoi romanzi scrisse che le donne amano le storie. Non so su cosa esattamente egli fondasse una tale ammirevole  convinzione, ma non mi sento certo di contraddirlo, dal momento che io le storie le amo parecchio. E come me sembra amarle anche l’autrice di questa bella raccolta, tanto da dichiarare sin dalla lirica iniziale “Verrò da te ogni giorno con una richiesta / ingenua e prepotente, sempre la stessa: / raccontami una storia, un’altra ancora / perché questa, questa sola, non mi basta”.
Le pagine successive si configurano appunto come una sorta di antologia, una collezione scelta di cronache e racconti che nella loro variegata natura vanno a definire i contorni di una Storia e di una Terra. Contorni ampi e tutto sommato ancora molto aperti al futuro, all’interno dei quali il verso lungo – talora lunghissimo – mostra un impeto narrativo, un desiderio di raccontare e descrivere che a volte sembrano prendere decisamente il sopravvento nei confronti della suggestione: eppure, in realtà, la assecondano e la rifiniscono, perché la potente esattezza della parola non manca mai di suscitare mille pensieri, idee che per il lettore si riverberano incessantemente tra la conoscenza e l’immaginazione.
L’America di cui si parla infatti non è un territorio – mentale o geografico – totalmente ignoto, nemmeno per colui che eventualmente non lo abbia mai toccato davvero: la storia studiata a scuola o rivista in TV, e ancor più il cinema, la letteratura, la musica: sono tante le cose che nel tempo possono aver costruito la nostra “esperienza” dell’America, e che dalle poesie di questa raccolta vengono di volta in volta rafforzate, temperate o magari corrette e indirizzate verso spazi nuovi.
Le tematiche scelte portano molte delle poesie ad essere affollate se non proprio di individui, almeno dei loro pensieri, delle loro esperienze o delle loro memorie; ma bellissimi sono in genere anche i paesaggi maestosi preesistenti a qualunque cosa, compreso l’uomo che poi vi è transitato o gli dei che forse li hanno visitati: le foreste, i fiumi, i pascoli, i bisonti.
La cronologia delle liriche è piuttosto ampia: parte dal periodo precolombiano per approdare ad epoche a noi più prossime, attraverso infinite guerre e conquiste, seguendo lo sviluppo di un progresso non necessariamente positivo che ha lasciato dietro di sé numerose vittime innocenti, dagli indiani decimati dalle malattie e relegati nelle riserve, agli schiavi neri che riversarono nel blues le loro anime addolorate, a tutti coloro i cui sogni e le cui speranze si sono rivelati ben più fragili della solida realtà. Compare l’omaggio all’America marginale celebrata da Faulkner, ma anche il disincanto di un Dashiell Hammett spossato dalle infermità e dall’accanimento maccartista. Non di rado c’è una maestosità malinconica ma solenne perfino nella sconfitta: Hobo (una delle mie liriche preferite) narra i sogni infranti di libertà attraverso le esperienze di uno di quei vagabondi che viaggiavano sui treni merci, disperdendone la voce in un finale struggente, efficace persino dal punto di vista grafico, dal momento che lì le parole si disseminano sulla pagina come gocce di sangue su di una strada cosparsa di polvere.
In conclusione, lo avrete capito: questa raccolta poetica mi è piaciuta moltissimo.
Qua e là nel creato, a volte, ci sono cose degne di attenzione e di rispetto, e Sulle tracce dell’America è una di queste.

Collegamenti
: Nel blog è consultabile anche la recensione estesa di una delle poesie del libro, Sogno e preghiera di Presencia: la vita, l’amore e la morte sul confine – geografico e mentale - tra Arizona e Messico.

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mercoledì 21 settembre 2016

HAPPY BIRTHDAY, DEAR Mr. KING





La mia liaison dangereuse con Stephen King affonda le sue radici nella notte dei tempi. Per evitare di addentrarci in specificazioni cronologiche che potrebbero risultare imbarazzanti tanto per lui che per me, mi limiterò a dire che in un certo senso siamo cresciuti insieme: come scrittore Big Steve, come Fedele Lettrice la sottoscritta. Entrambi felici e soddisfatti; lui ricco, io un po' meno.
Durante la mia adolescenza avevo già sviluppato un grande interesse per l'horror in tutte le sue forme; credo di essermi fatta accompagnare da mio padre a vedere una buona metà dei film di Dario Argento o quant'altro di sanguinolento e terrificante il mercato potesse offrire all'epoca. Probabilmente papà non si è ancora ripreso, ma il mio gusto per il macabro si è poi velocemente ed allegramente esteso dallo schermo alla pagina scritta, con una netta preferenza - da un certo punto in avanti - per le storie di vampiri.
Dracula di Bram Stoker e Carmilla di Le Fanu, ovviamente; più tardi i romanzi di Anne Rice ed una serie infinita di racconti più o meno apocrifi, più o meno belli e interessanti.
Finché un bel giorno la mia attenzione inciampò nella più felice delle occasioni che mai scaffale di libreria abbia ospitato: Le notti di Salem (io però preferisco chiamarlo con il suo titolo originale, Salem's Lot), e l'autore era naturalmente un giovane Stephen King, in Italia ancora relativamente famoso e venduto.
Da quel momento non ci siamo più lasciati: nel tempo ho letto tutto quello che lui ha prodotto (anche sotto pseudonimo) e se in genere ho preferito attendere le edizioni italiane dei suoi libri, è solo perché l'impeto vorace nel leggerli ben poco si adatta ad una lingua che non sia la mia lingua madre. Ricordo ancora con angoscia il periodo in cui Stephen King decise di emulare l'esempio di Dickens, facendo uscire a dispense mensili Il miglio verde: furono necessari sei mesi (più di centottanta giorni!) per arrivare a leggere la fine di uno dei romanzi più intriganti da lui prodotti... spero non lo faccia mai più. La lettura in italiano del resto non mi ha impedito di esplorare le versioni originali, e comunque mi ha condotto a conoscere quello che (prima dell'attuale dispersione) era diventato il traduttore per eccellenza di Stephen King: il benemerito Tullio Dobner.
Ma lasciatemi tornare per un momento a Salem's Lot, perché è lì che tutto è cominciato.
Il romanzo parlava di vampiri, certo, ed era anzi una specie di tributo alle origini europee del mito; ma soprattutto già presentava quelle che avrei poi riconosciuto ed amato come due delle principali caratteristiche nell'opera del Nostro: aveva una storia statificata e collettiva, fatta di tante storie individuali, e riusciva a mescolare in maniera meravigliosa il presente dei suoi personaggi con il loro passato, con ciò che li faceva essere così com'erano.
Storia profondamente americana, tra l'altro, eppure anche profondamente immaginativa, tanto che la cittadina di Salem e il Lot (come più tardi Derry, Castle Rock o Haven) sono creazioni kinghiane, benché ispirate a luoghi reali e ormai tanto conosciuti ai Fedeli Lettori da essere in certa misura reali a loro volta.
In seguito Stephen King ha scritto libri più complessi e persino migliori, ma è con Salem's Lot che ho scoperto ed ho imparato ad amare il suo modo di scrivere e di costruire le storie: Carrie lo ha reso popolare in tutto il mondo (grazie tra l'altro al film bruttino che ne fu tratto), ma Salem's Lot lo ha dato a me per sempre. E me lo ha dato non tanto come "re del brivido" o "re dell'orrore" che dir si voglia, quanto piuttosto come scrittore puro e semplice: alcune delle sue cose più belle hanno un rapporto piuttosto labile con l'horror così come lo intende il mercato, o magari non l'hanno affatto. Di sicuro in Stephen King, laddove c'è qualcosa di inquietante o misterioso, non resta mai abbastanza spazio per lo splatter: lui sarà anche cresciuto con B movies e pulp magazines, ma poi si è evoluto ben al di là dei limiti di genere. Gli piacciono le STORIE, e grazie al cielo ha sviluppato sufficiente talento per farle vivere sulla pagina. Ma se volete attirarvi le sue ire e il suo sarcasmo, chiedetegli: da dove prende le sue idee? (perché in realtà sono le idee che prendono lui... ).
Leggendo Stephen King costantemente e con continuità si riesce ad instaurare con lui un bellissimo rapporto: non solo perché i suoi romanzi hanno spesso prefazioni o postfazioni che contribuiscono a collocarli con esattezza nella biografia kinghiana, ma anche perché ci si rende conto che nel tempo Stephen King ha creato un mondo, o meglio un insieme di mondi, molto complesso eppure coerente. Le sue storie presentano agganci con altre storie precedenti, i suoi personaggi conoscono e citano altri personaggi, la realtà narrativa di un romanzo va ad intrecciarsi - per poco o per molto, a seconda dei casi - con altre realtà narrative dello stesso autore, il tutto secondo linee molto libere che però risultano famigliari al lettore e lo fanno "sentire a casa".
Stephen King insomma ha dato vita nel tempo ad una sorta di comédie humaine postmoderna e molto americana, animata da quella che lui stesso definirebbe "sporca poesia": qualcosa che suscita un sentimento di calore che secondo la mia esperienza ben pochi altri scrittori riescono ad uguagliare, o anche solo ad avvicinare.
Ed è questo che fa di Stephen King un grande scrittore: non la popolarità, le classifiche di vendita, i soldi o i diritti cinematografici: bensì la sua unicità.
In lui c'è un amore straordinario per le storie e per i personaggi, per tutto ciò che nel bene, nel male e nei livelli intermedi appartiene all'uomo in quanto tale.
E' una sorta di umanista anacronistico e geograficamente dislocato: questo spiega l'impegno dei suoi personaggi nel combattere le battaglie che sono chiamati ad affrontare, magari a costo della vita. Ma crede anche in molte altre cose, nei miracoli e nella magia, nei miracoli che sono magia: e questo spiega tutto il resto, la meraviglia e il terrore che fanno parte dei suoi mondi.
Lo ammetto: Stephen King ha scritto anche romanzi poco riusciti (Christine, L'acchiappasogni, Revival) o decisamente bruttini (Cell). Ma sul versante del gradimento, se dovessi indicare in assoluto un unico romanzo, non potrei farlo perché ciascun romanzo mi ha dato qualcosa di particolare.
Forse potrei citare IT, il più corposo e complesso, o la lunga saga de La Torre Nera (che comunque richiederebbe un discorso a parte), ma subito dovrei aggiungere altri titoli, non tutti compresi nella lista dei più famosi: Misery, Gli occhi del Drago, The Stand, La zona morta, Il miglio verde, Buick 8, La bambina che amava Tom Gordon... E poi i racconti, o i romanzi brevi: come lasciare da parte cose splendide come Il corpo oppure Il poliziotto della Biblioteca, tanto per fare un paio di citazioni a caso?
Chi non lo apprezza, o più semplicemente chi non lo conosce bene, potrebbe pensare ai suoi romanzi come ad un coacervo di mostri, cadaveri e sangue generosamente sparso, quando in realtà si tratta piuttosto di storie dense e non prive di analisi sociale, con personaggi costruiti a tutto tondo. Storie complesse, a volte gigantesche, che si compongono da ogni direzione sotto gli occhi del lettore.
Stephen King è a sua volta un lettore vorace, ha una conoscenza enciclopedica della storie della musica e del cinema, è perfettamente in contatto con il mondo nel quale vive e sa giudicarlo correttamente: a volte con durezza, a volte con ironia, ma sempre con intelligenza e grande creatività.
Certo, nei suoi romanzi si trovano vampiri, mostri e demoni, morti viventi, lupi mannari, mutanti di vario genere e persino alieni cattivi; ma c'è anche tanta gente la cui normalità viene sconvolta dalle cause più disparate, che non necessariamente hanno a che fare con il soprannaturale: donne maltrattate, bambini dall'infanzia rubata, persone infelici a cui un incidente, un omicidio o un'epidemia ha tolto ciò che avevano di più caro.
Persone che possiedono un "dono" che equivale ad una maledizione.
Persone che gradualmente scoprono, riscoprono o valorizzano il conforto della solidarietà e della comunità: nessuno degli eroi di Stephen King è un eroe veramente solitario, nemmeno Roland di Gilead nella saga de La Torre Nera, benché sia quello che ci si avvicina maggiormente.
Stephen King ama la bellezza delle cose, degli ideali, delle persone: e non c'è differenza in questo tra uomini e donne.
Ama infinitamente i bambini, la loro innocenza, la loro pelle intatta, la loro mente ancora in formazione, l'istinto di cui sono dotati, tutto ciò che ancora possiedono a differenza degli adulti, che lo hanno perduto.
I bambini credono semplicemente laddove invece gli adulti si fermano a pensare. Ed è per questo che spesso nei suoi romanzi i bambini si battono con più successo contro le manifestazioni del Male: le vedono meglio e quindi non sono mai tentati di respingerle o negarle. Semplicemente, le affrontano: con incoscienza magari, mai senza coraggio.
Stephen King è un grande cantore dell'imperativo morale (di ascendenza pionieristica, più che kantiana... ) che spinge i suoi personaggi all'azione, alla necessità del fare: perché se scappi di fronte al mostro, hai già perduto.


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martedì 20 settembre 2016

BUCHI NELLA SABBIA, di Marco Malvaldi [Sellerio ed., 2015; pag.243. In copertina: rielaborazione grafica di un manifesto di Martin Lhemann-Steglitz, 1910 ca.] 



In breve: Un libro di Marco Malvaldi (uso a divertire il lettore in maniera intelligente); un giallo (il mio genere preferito) e per di più un giallo storico (ulteriore punto a favore); un giallo a sfondo storico, ambientato ad inizio Novecento, tra anarchia e melodramma, con una trama che si avvolge in gran parte attorno alla Tosca pucciniana (l’opera di cui probabilmente detengo il record mondiale d’ascolto quantitativo). Insomma, le premesse erano più che ottimali, eppure ho trovato il romanzo lievemente deludente.
Buono, però meno riuscito e coinvolgente rispetto a quel piccolo gioiello che è – e sempre sarà – Odore di chiuso.

Trama: Anno 1901, estate. Come punizione per avere scandalosamente preso per i fondelli l’augusto pubblico di un Circolo Culturale (compreso un certo numero di suore), il giornalista de La Stampa Ernesto Ragazzoni viene costretto dal suo seccatissimo direttore a partire per assistere ad una rappresentazione della Tosca, presso il Teatro Nuovo di Pisa. Malgrado gli aspetti fortemente antiautoritari della sua trama, la recentissima opera pucciniana verrà data in onore – e in presenza – di Sua Maestà re Vittorio Emanuele III; è prevista la partecipazione di alcuni interpreti di buona fama tra cui spiccano il tenore Ruggero Balestrieri (professionalmente geniale benché umanamente reprensibile nonché decisamente immodesto) e la giovanissima Giustina Tedesco, soprano più che talentuoso.
La sera fatidica (1° giugno) arriva: tanto in mezzo al pubblico quanto all’interno della compagnia di canto abbondano gli anarchici, ma il lavoro di prevenzione posto in atto dalle forze dell’ordine – rappresentate dal carabiniere Gianfilippo Pellerey, tenente delle Guardie Reali – evita eccessi e problemi, e l’opera approda felicemente al suo terzo ed ultimo Atto. Durante la scena della fucilazione accade però l’impensabile: Ruggero Balestrieri viene ucciso davvero, con un colpo d’arma da fuoco.
I possibili colpevoli sono parecchi, dato che tra passato e presente Balestrieri non era esattamente benvoluto, ma in cima alla lista dei sospetti si collocano ovviamente i quattro figuranti che recitavano il ruolo del plotone di esecuzione, compreso il maestro d’armi Pierluigi Corradini, un ex militare dall’ambigua reputazione. Le cose si complicano ulteriormente quando si scopre che Balestrieri e la Tedesco, entrambi anarchici convinti, avevano organizzato la finta morte del tenore allo scopo di provocare una sollevazione antimonarchica all’interno del teatro: ma come già previsto dalla trama dell’opera, anche questa morte fittizia si è inopinatamente trasformata in morte sin troppo reale. Poi, come se non bastasse, il cadavere di Balestrieri scompare.
Le indagini sono alquanto faticose, il tenente Pellerey però non si lascia scoraggiare dalle circostanze: coadiuvato dallo svogliato ma acuto Ragazzoni, tra puntatine in osteria, scoperta di molti altarini e duelli potenzialmente letali, i due avranno la meglio sui numerosi ostacoli, e riusciranno a risolvere l’intricato mistero. Consegneranno il colpevole alla Giustizia: nessuno dei due ne sarà però davvero compiaciuto.

Commento
: Alcuni autorevoli critici sostengono che Dante Alighieri abbia scritto la Divina Commedia essenzialmente per poterci inserire l’amata e rimpianta Beatrice. Analogamente – si parva licet componere magnis, mutatis mutandis e quant’altri motti latini possano servire all’occorrenza – si potrebbe ipotizzare che Marco Malvaldi abbia scritto Buchi nella sabbia quasi esclusivamente per profondere nella narrazione la sua passione (e la sua innegabile perizia) di melomane.
Se così fosse, certamente non avrei nulla da ridire sulla specifica questione, dato che pur essendo assai meno competente amo la lirica più o meno quanto lui: sono una simpatizzante verdiana (Rossini è troppo frivolo per i miei gusti), anche se la mia opera preferita in assoluto, quella che conosco a memoria e che non mi stancherò mai di riascoltare nelle sue innumerevoli versioni è proprio Tosca di Giacomo Puccini.
Peccato però che all’interno del romanzo la parte squisitamente dedicata a celebrare (con abbondanza di aneddoti) fasti, miserie e bizzarrie della tradizione lirica si armonizzi poco e imperfettamente con la parte relativa all’inquisizione poliziesca, la quale già di per sé non è del tutto convincente: se l’autore – con l’aiuto di alcuni dei suoi personaggi – non avesse fatto scomparire il cadavere del poco compianto Balestrieri subito dopo l’omicidio, procrastinando la soluzione della spinosa faccenda sino all’ultimo capitolo, il romanzo sarebbe tranquillamente finito intorno a pagina 80.
La trama chiama in causa personaggi realmente esistiti accanto a personaggi immaginari: per quanto a tratti sia difficile crederlo, la bizzarra figura di Ernesto Ragazzoni (giornalista, poeta, intellettuale proteiforme e sarcastico, sbronzone, anarchico, fiero sostenitore dell’arte del “non-scrivere”) va annoverata nel primo gruppo. Proprio i personaggi sono la cosa migliore del romanzo, e le note iniziali che servono a presentarli fanno ghignare più di tutto il resto; protagonisti e comparse risultano ugualmente scolpiti a tutto tondo. Il mio preferito è il roccioso tenente Pellerey: un metro e novantuno di taciturna fermezza e professionalità, appena raddolcite dall’attrazione – gentile ma priva di speranza – sviluppata nei confronti della bella Giustina.
Da questa storia anche lui, come il lettore, non riesce a trarre tutte le soddisfazioni desiderate.

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