martedì 20 settembre 2016

BUCHI NELLA SABBIA, di Marco Malvaldi [Sellerio ed., 2015; pag.243. In copertina: rielaborazione grafica di un manifesto di Martin Lhemann-Steglitz, 1910 ca.] 



In breve: Un libro di Marco Malvaldi (uso a divertire il lettore in maniera intelligente); un giallo (il mio genere preferito) e per di più un giallo storico (ulteriore punto a favore); un giallo a sfondo storico, ambientato ad inizio Novecento, tra anarchia e melodramma, con una trama che si avvolge in gran parte attorno alla Tosca pucciniana (l’opera di cui probabilmente detengo il record mondiale d’ascolto quantitativo). Insomma, le premesse erano più che ottimali, eppure ho trovato il romanzo lievemente deludente.
Buono, però meno riuscito e coinvolgente rispetto a quel piccolo gioiello che è – e sempre sarà – Odore di chiuso.

Trama: Anno 1901, estate. Come punizione per avere scandalosamente preso per i fondelli l’augusto pubblico di un Circolo Culturale (compreso un certo numero di suore), il giornalista de La Stampa Ernesto Ragazzoni viene costretto dal suo seccatissimo direttore a partire per assistere ad una rappresentazione della Tosca, presso il Teatro Nuovo di Pisa. Malgrado gli aspetti fortemente antiautoritari della sua trama, la recentissima opera pucciniana verrà data in onore – e in presenza – di Sua Maestà re Vittorio Emanuele III; è prevista la partecipazione di alcuni interpreti di buona fama tra cui spiccano il tenore Ruggero Balestrieri (professionalmente geniale benché umanamente reprensibile nonché decisamente immodesto) e la giovanissima Giustina Tedesco, soprano più che talentuoso.
La sera fatidica (1° giugno) arriva: tanto in mezzo al pubblico quanto all’interno della compagnia di canto abbondano gli anarchici, ma il lavoro di prevenzione posto in atto dalle forze dell’ordine – rappresentate dal carabiniere Gianfilippo Pellerey, tenente delle Guardie Reali – evita eccessi e problemi, e l’opera approda felicemente al suo terzo ed ultimo Atto. Durante la scena della fucilazione accade però l’impensabile: Ruggero Balestrieri viene ucciso davvero, con un colpo d’arma da fuoco.
I possibili colpevoli sono parecchi, dato che tra passato e presente Balestrieri non era esattamente benvoluto, ma in cima alla lista dei sospetti si collocano ovviamente i quattro figuranti che recitavano il ruolo del plotone di esecuzione, compreso il maestro d’armi Pierluigi Corradini, un ex militare dall’ambigua reputazione. Le cose si complicano ulteriormente quando si scopre che Balestrieri e la Tedesco, entrambi anarchici convinti, avevano organizzato la finta morte del tenore allo scopo di provocare una sollevazione antimonarchica all’interno del teatro: ma come già previsto dalla trama dell’opera, anche questa morte fittizia si è inopinatamente trasformata in morte sin troppo reale. Poi, come se non bastasse, il cadavere di Balestrieri scompare.
Le indagini sono alquanto faticose, il tenente Pellerey però non si lascia scoraggiare dalle circostanze: coadiuvato dallo svogliato ma acuto Ragazzoni, tra puntatine in osteria, scoperta di molti altarini e duelli potenzialmente letali, i due avranno la meglio sui numerosi ostacoli, e riusciranno a risolvere l’intricato mistero. Consegneranno il colpevole alla Giustizia: nessuno dei due ne sarà però davvero compiaciuto.

Commento
: Alcuni autorevoli critici sostengono che Dante Alighieri abbia scritto la Divina Commedia essenzialmente per poterci inserire l’amata e rimpianta Beatrice. Analogamente – si parva licet componere magnis, mutatis mutandis e quant’altri motti latini possano servire all’occorrenza – si potrebbe ipotizzare che Marco Malvaldi abbia scritto Buchi nella sabbia quasi esclusivamente per profondere nella narrazione la sua passione (e la sua innegabile perizia) di melomane.
Se così fosse, certamente non avrei nulla da ridire sulla specifica questione, dato che pur essendo assai meno competente amo la lirica più o meno quanto lui: sono una simpatizzante verdiana (Rossini è troppo frivolo per i miei gusti), anche se la mia opera preferita in assoluto, quella che conosco a memoria e che non mi stancherò mai di riascoltare nelle sue innumerevoli versioni è proprio Tosca di Giacomo Puccini.
Peccato però che all’interno del romanzo la parte squisitamente dedicata a celebrare (con abbondanza di aneddoti) fasti, miserie e bizzarrie della tradizione lirica si armonizzi poco e imperfettamente con la parte relativa all’inquisizione poliziesca, la quale già di per sé non è del tutto convincente: se l’autore – con l’aiuto di alcuni dei suoi personaggi – non avesse fatto scomparire il cadavere del poco compianto Balestrieri subito dopo l’omicidio, procrastinando la soluzione della spinosa faccenda sino all’ultimo capitolo, il romanzo sarebbe tranquillamente finito intorno a pagina 80.
La trama chiama in causa personaggi realmente esistiti accanto a personaggi immaginari: per quanto a tratti sia difficile crederlo, la bizzarra figura di Ernesto Ragazzoni (giornalista, poeta, intellettuale proteiforme e sarcastico, sbronzone, anarchico, fiero sostenitore dell’arte del “non-scrivere”) va annoverata nel primo gruppo. Proprio i personaggi sono la cosa migliore del romanzo, e le note iniziali che servono a presentarli fanno ghignare più di tutto il resto; protagonisti e comparse risultano ugualmente scolpiti a tutto tondo. Il mio preferito è il roccioso tenente Pellerey: un metro e novantuno di taciturna fermezza e professionalità, appena raddolcite dall’attrazione – gentile ma priva di speranza – sviluppata nei confronti della bella Giustina.
Da questa storia anche lui, come il lettore, non riesce a trarre tutte le soddisfazioni desiderate.

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