sabato 3 settembre 2016

UNA MORTE ("A Death", 2015), racconto di Stephen King [in "Il Bazar dei brutti sogni", Sperling & Kupfer ed., 2015. Pag.133 - 146. Traduzione di Christian Pastore]
- Originariamente pubblicato sul New Yorker, in versione italiana il racconto era già comparso anche in INTERNAZIONALE n°.1100, 30 aprile 2015; pag.90 - 96.  



Stephen King non ha mai fatto mistero della sua predilezione per la narrativa breve anche se forse vi si è potuto dedicare meno di quanto avrebbe voluto. Comunque è nei racconti che spesso riesce a dare il meglio di sé: a suo agio sulla lunga distanza, lo è ancora di più su quella breve. Non di rado l’horror non c’entra, o c’entra poco; c’entrano però altre cose: come la poesia, la profondità, l’intensità.
Questo racconto infatti è sconsigliato alla lettura per coloro che nelle storie di Stephen King apprezzano esclusivamente il lato oscuro, soprannaturale o raccapricciante; piacerà invece a tutti coloro che, indipendentemente dall’identità dell’autore, sono in grado di apprezzare le creazioni forti, inesorabili, umane.
Nel corso della narrazione le notazioni cronologiche e geografiche non abbondano, tuttavia in base ad alcuni elementi interni pare di poter concludere che il racconto è ambientato in uno degli Stati americani del Midwest (a mio parere è il South Dakota), in un periodo successivo alla fine della Guerra di Secessione: più o meno intorno alla metà degli anni Ottanta del secolo XIX.
Nevica e fa freddo, e dunque è inverno.

Incipit
: “Jim Trusdale aveva una baracca sul lato ovest della fattoria di suo padre ormai in rovina, ed è lì che lo trovarono lo sceriffo Barclay e una mezza dozzina di uomini arruolati per l’occasione. Seduto sull’unica sedia vicino alla stufa fredda, con un giaccone sporco addosso, leggeva alla luce di una lanterna un vecchio numero del Black Hills Pioneer. O almeno lo guardava”.

Trama
: Lo sceriffo Barclay e i suoi uomini vanno ad arrestare Jim Trusdale. L’uomo è sospettato di furto ed omicidio: avrebbe ucciso Rebecca Cline, una bambina di dieci anni, per rubarle un dollaro d’argento ricevuto in dono in occasione del compleanno.
Non ci sono testimoni, ma sulla scena del delitto è stato ritrovato il vecchio cappello di Jim, un regalo del padre dal quale non si separava mai. Trusdale non è in grado di ricordare se e quando abbia perduto il cappello, né riesce a spiegare perché sia stato trovato vicino al cadavere, ma si dichiara innocente. Tutto il paese però lo ritiene colpevole e al termine di un regolare ma brevissimo processo una giuria condanna Trusdale all’impiccagione.
Solo lo sceriffo Barclay ha iniziato a nutrire qualche dubbio; si sente a disagio, preferirebbe aver trovato non solo il cappello ma anche il dollaro rubato, tuttavia non ha alcuna intenzione di opporsi all’inevitabile.
Spaventato e recalcitrante, Trusdale viene infatti impiccato pochi giorni dopo la conclusione del processo.
Di lì a poco lo sceriffo Barclay – con un certo sgomento - ha modo di ricredersi. L’inatteso ritrovamento di una prova inconfutabile (il dollaro d’argento perduto e mai ritrovato) dimostra che a dispetto di tutto, gli abitanti del villaggio avevano ragione e lui, con i suoi dubbi, aveva torto: Jim Trusdale era davvero colpevole.

Commento
: Esteriormente il racconto è semplice e lineare, eppure nella sua brevità riesce ad essere anche  intenso, chiaro, significativo. I fatti si susseguono in modo molto accessibile, l’ambientazione è essenziale ma efficace, i personaggi sono completi e tridimensionali (persino la piccola vittima, la cui esistenza è tutta fuori scena), la conclusione non manca di imprevedibilità.
Si tratta quasi di un giallo storico e la caratteristica peculiare della narrazione è costituita dalla presenza di numerosi particolari apparentemente contraddittori o ingannevoli che finiscono però per trovare la loro giusta collocazione. Jim Trusdale non è particolarmente sveglio né simpatico, e si è portati a sospettare che in lui la sbrigativa giustizia del West abbia trovato un comodo capro espiatorio per il detestabile omicidio, più che un vero colpevole; quando ad un certo punto della narrazione si scopre (un po’ a sorpresa) che Trusdale è anche un uomo di colore, l’impressione sembra trovare un’ulteriore conferma. Persino lo sceriffo Barclay, un brav’uomo imparziale che sta solo cercando di fare il proprio lavoro, durante il processo viene assalito dall’incertezza, ma nessun altro dei suoi compaesani nutre il benché minimo dubbio, nemmeno colui che – per rendere legale il procedimento – accetta di assumere la difesa dell’accusato.
Nell’epilogo però avviene un completo ribaltamento delle premesse e delle potenzialità perché Trusdale ha realmente commesso l’omicidio, ha realmente rubato e non ha fatto altro che nascondersi e mentire:  questa volta la giustizia ha dunque centrato il bersaglio, anche se a sostenerne l’opera c’era solo un vecchio cappello perduto nel posto sbagliato e il dolore di tanti per la scomparsa di una bambina.
Spassionato, plumbeo e malinconico, il racconto mi ha colpito molto favorevolmente. Esprime la desolazione, l’amarezza, la meschina insensatezza implicite in molte delle cose umane: e alla fine, è piuttosto difficile stabilire con certezza se la “morte” del titolo sia quella della povera vittima o quella del suo mite assassino.


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