giovedì 13 ottobre 2016

I PICCOLI FUOCHI ("The Little Fires"), di Ben Pastor [Sellerio ed., 2016; pag. 543. Traduzione di Luigi Sanvito]  



In breve: Decimo romanzo dedicato dall’autrice alle vicende belliche ed esistenziali di quello straordinario personaggio che è Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, ufficiale della Wehrmacht e collaboratore dell’Abwehr durante il Secondo conflitto mondiale: la guerra vista dal punto di vista del “nemico”, con gli occhi di un soldato tedesco che riesce però ad essere innanzitutto un uomo degno di questo nome.
All’interno del ciclo il romanzo – come tutti gli altri volumi usciti dopo la Venere di Salò – costituisce un flashback, e riporta l’attenzione del lettore alla Francia occupata del 1940. Cronologicamente si trova dunque ad essere il quarto episodio della saga, dopo La canzone del cavaliere (guerra civile spagnola), Il signore delle cento ossa (avvisaglie della guerra mondiale) e Lumen (campagna polacca). Precede La strada per Itaca (campagna di Grecia).

Incipit
: Apparentemente semplice e pacato, l’inizio del romanzo è in realtà straordinario, forse il più bello dell’intera saga. Nel Prologo, costituito dalla lettera privata di un cittadino francese, Martin Bora entra paradossalmente in scena attraverso gli occhi di un cieco. Se volete, mettete pure in relazione la cosa con il modo in cui i tedeschi definivano Parigi occupata: Stadt ohne Gesicht, ovvero “la città che non ti guarda”.

Trama
: Parigi, 24 ottobre 1940. E’ una città grigia e piovigginosa quella che accoglie l’arrivo di Martin Bora, proveniente da Berlino. I Servizi Segreti, con i quali collabora ormai da tempo, lo hanno incaricato di rintracciare e sorvegliare con discrezione il capitano Ernst Jünger, eroe della Prima guerra mondiale, scrittore ed intellettuale alquanto controverso. All’insaputa del colonnello Kinzel, suo superiore nell’Abwehr, Bora si incontra però anche con il Generale Blaskowitz, attuale governatore militare della Francia del Nord: proseguendo per suo ordine una scottante e segretissima indagine sui crimini di guerra commessi dalle SS, Bora riceve l’incarico di incontrare A Parigi un utile testimone. Come se non fosse già abbastanza complicato destreggiarsi tra la mirata crudeltà di Kinzel e i due contrastanti incarichi, quello ufficiale e quello riservato, Bora di lì a poco viene coinvolto anche nell’indagine su di un omicidio “eccellente”: la moglie di un alto ufficiale della Marina è stata uccisa poco più di una settimana prima, e dietro richiesta diretta dell’Ammiraglio Canaris – amico personale del Commodoro Arno Hansen-Jacobi, marito della defunta – Bora è suo malgrado costretto ad avviare una difficile inchiesta. Sono molti i particolari da chiarire, e scarsa è la collaborazione delle persone coinvolte. Marie Goumelen, questo il nome della vittima, era una cinquantenne di origine bretone, proveniente da una ricca famiglia, sposata non troppo felicemente con un ufficiale tedesco in cui il fascino della divisa, che poteva averla attratta da giovane, si era da tempo estinto. La donna è stata picchiata con violenza e successivamente annegata; alcuni particolari fanno sospettare che il luogo del ritrovamento del corpo – una vasca di lavaggio nella campagna bretone – non coincida con il luogo effettivo dell’omicidio. Altrettanto problematico il movente: una rapina finita male (i gioielli della donna sono spariti), oppure avidità di qualcuno, famigliari compresi, nei confronti della ricca eredità che Marie lascia dietro di sé, o ancora oscure motivazioni legate al risentimento. Ad un certo punto emerge la possibilità che Marie fosse stata vittima di un ricatto, mentre sullo sfondo si agitano persino le ombre dell’indipendentismo bretone.
Per seguire la sua indagine Bora lascia Parigi e va ad abitare in un rudere della campagna bretone, presso Gildas Hervé, un ex sacerdote spretato in seguito al tentato omicidio del proprio vescovo.
L’uomo, con il quale Bora finisce per instaurare uno strano ma profondo legame umano, è solo uno dei tanti personaggi straordinari che il romanzo presenta, e che Bora ha occasione di avvicinare; tra gli altri è almeno il caso di citare Catherine Le Polozec detta Katen, merlettaia e sarta meticolosa e attenta che non può sopportare i bottoni scuciti, e La Mome Chouette, cantante di cabaret bruttina ma affascinante che in Bora lascia tracce di profonda inquietudine.
Sostanzialmente l’esito finale di tutti gli incarichi di Bora è positivo: l’ineffabile Jünger viene contattato senza problemi e finisce addirittura per affiancare Bora in parte dell’indagine sull’omicidio; il testimone di Parigi – un presunto rigattiere polacco – trasmette la sua sconvolgente dichiarazione; infine anche le tristissime circostanze della morte di Frau Jacobi vengono interamente chiarite, e un bagliore di sole, dopo tanta pioggia, illumina finalmente il momento in cui Bora si avvicina alla rivelazione finale. I colpevoli del delitto sconteranno la pena adeguata, chi in tribunale chi secondo una giustizia più generica. Di lì a poco Bora, che in Francia ha scoperto cose non solo esterne a se stesso, si appresta a partire per raggiungere la sua nuova destinazione.

Commento
: L’autore che dia vita ad un ciclo romanzesco si trova in una strana ed affascinante posizione: si forgia il concreto diritto a godere di alcuni vantaggi, ma si espone potenzialmente ad affrontare anche qualche spiacevole rischio. Nel corso di una saga più o meno lunga il lettore finisce infatti per affezionarsi ai protagonisti e ai personaggi ricorrenti, immedesimandosi nelle loro vicende, bramandone inevitabilmente la prosecuzione; costruito senza un saggio equilibrio il ciclo romanzesco rischia però facilmente di cadere nella ripetitività e nella monotonia, quando non addirittura nell’assoluta inutilità.
Per nostra fortuna non si può dubitare del fatto che Ben Pastor appartenga al genere di autori che riescono perfettamente e con apparente facilità a governare la propria scrittura, cosicché i dieci romanzi da lei dedicati (per ora) alle avventure belliche ed esistenziali di Martin Bora non sembrano certo né troppi né irrilevanti, quanto piuttosto necessari. Benché conosciuto e letterariamente presente ormai da parecchi anni, Martin Bora non somiglierà mai ad un attore che a fine rappresentazione si ostina stancamente a tornare alla ribalta ancora e ancora, sperando di continuare a ricevere quegli applausi che lo hanno accolto all’inizio: la dignità e la misura che lo caratterizzano come personaggio, e che in parte gli derivano dalle analoghe qualità della sua creatrice, negano assolutamente questa eventualità. Ogni romanzo del ciclo che lo riguarda, ogni racconto ed ogni singolo episodio non fa che arricchire, approfondire e valorizzare il suo modo di essere, migliorando e perfezionando l’ardua conoscenza che il lettore può avere di lui. Martin Bora infatti non è un personaggio facile, si rivela lentamente, con estrema ritrosia, e il tentativo di afferrare tutto ciò che c’è da capire impegna il lettore ad usare un’intelligenza paziente, ben ricompensata solo al momento più opportuno.
Ci sono vari aspetti nella saggezza con la quale Ben Pastor ha costruito il suo ciclo romanzesco: ad esempio, anche se un piano generale dell’opera è indubbiamente esistito sin dall’inizio, l’autrice non si è mai lasciata condizionare da un rigido ordinamento temporale, optando invece per una cronologia alquanto scompaginata, all’interno della quale ciascun romanzo si è imposto di per sé, con le proprie rispondenze, le proprie vicende, i propri significati. Spetta al lettore stabilire le necessarie connessioni tra ciò che accade prima e ciò che accade dopo: fatica forse, ma ottiene soddisfazione nel momento in cui riesce a valutare qualunque cosa alla luce di ciò che già conosce. Qui ad esempio si sviluppano dolore e rabbia nel trovare accenni affettuosi a quel nonno Franz-August che morirà il 13 dicembre del ’44 assieme alla sua casa editrice, requisita dalla Gestapo; o all’impossibile Dikta, la moglie che Bora ha amato al di sopra dei suoi meriti e che lo illude con il miraggio di quei tre figli che in realtà abortirà poi in segreto, qua e là in varie parti d’Europa.
Nel tempo Martin cresce e cambia moltissimo, come uomo e come soldato, vive o ricorda secondo i casi: ma la cosa più importante è che non ci sono mai contraddizioni interne nella sua presenza. Ormai è quasi più persona, che personaggio, e come tale possiede un’esistenza del tutto coerente.
In questo romanzo è giovane, sposato da poco più di un anno, ancora agli inizi della sua carriera. Alle spalle ha esperienze belliche limitate, per quanto non del tutto insignificanti: le più rilevanti lo attendono comunque di lì a qualche anno, la Russia soprattutto, e per ragioni differenti anche l’Italia. Si ritrova in una città che conosce bene ma che nelle nuove condizioni gli appare quanto mai aliena ed estranea, del tutto separata dalle sue esperienze precedenti. Inizia già a sviluppare quel disinganno che in seguito diventerà più profondo, ma tutto sommato le illusioni reggono ancora abbastanza. Impegnato nell’ennesima indagine su di un omicidio strano e complicato, Martin Bora si trova invero a doversi occupare di molte cose diverse. Anche di se stesso, benché forse non vorrebbe ammetterlo.
Noi lettori affezionati invece lo abbiamo imparato come si deve: i romanzi gialli di Ben Pastor non sono mai stati né semplici gialli né semplici romanzi. Io li definirei piuttosto tonici per l’animo e la mente.

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